Il linguaggio della Dea

Grazie al lavoro di Marija Gimbutas, la cui importanza è pari alla decifrazione della Stele di Rosetta che ha consentito di interpretare lo smisurato tesoro del pensiero religioso egizio, la cultura e la spiritualità della preistoria dell’Europa antica, dal 30000 a.C. in poi, è stata restituita alla storia.
La maggior parte delle illustrazioni del suo studio Il linguaggio della Dea è datata dal 6.500 e il 3.500 a.C. in Europa sud-orientale e fra il 4500 circa e il 2500 a.C. in Europa occidentale dove il Neolitico si affermò più tardi.
Lo studio dei reperti di statuette sia femminili che maschili di tutta l’Europa, l’Anatolia, Cipro, Creta, Malta, dal paleolitico all’età del bronzo – che chiamò dèe -, confermò l’esistenza del culto sacro di quella che indicò come un’unica Grande Dea, un culto che venerava sia l’universo in quanto vivente corpo della Dea- Madre Creatrice, sia tutto ciò che vive al suo interno perché partecipe della sua divinità.
Il principale tema del simbolismo della Dea era il mistero di nascita, morte e rigenerazione, non soltanto della vita umana ma di tutta la vita sulla Terra e anzi nell’intero cosmo.
In tutte le sue manifestazioni la Dea era simbolo dell’unità di tutta la vita in Natura.
Il suo potere risiedeva nell’acqua e nella pietra, nella tomba e nella grotta, negli animali e negli uccelli, nei serpenti e nel pesce, nelle colline, negli alberi e nei fiori. Da qui la percezione olistica e mitopoietica della sacralità e del mistero di tutto ciò che esiste sulla Terra.
Il culto della Dea era allo stesso tempo politeista e monoteista. Era politeista in quanto la Dea veniva adorata con nomi differenti e sotto forme molteplici. Ma era anche monoteista, nel senso che possiamo indubbiamente parlare di fede nella Dea negli stessi termini in cui parliamo della fede in Dio come entità trascendente.
La Dea è immanente piuttosto che trascendente e perciò si manifesta in forme fisiche: può essere antropomorfica o zoomorfica, può essere un uccello acquatico o un rapace, un serpente innocuo o uno velenoso; ma in definitiva è un’unica indivisibile Dea.
La dea comunica con l’uomo attraverso gli animali.
Le Dee erano fondamentalmente creatrici di vita, non Veneri o bellezze, e tanto meno, questo è certo, mogli di Divinità maschili.
La Dea partenogenetica è stata la più persistente peculiarità nel repertorio archeologico del mondo antico.
In Europa dominò per tutto il Paleolitico (dal 30000 a.C al 6500 a.C.) e per tutto il Neolitico (dal 6500 al 3000 a.C.) e nell’Europa mediterranea per la gran parte dell’Età del Bronzo (dal 3000 al 1100 a.C.).

Marija Gimbutas – Il Linguaggio della Dea– Ed. Venexia